La lingua in Saussure: una prospettiva sociale

Le riflessioni di F. de Saussure sulla lingua, nel Cours de linguistiche générale, sembrano sempre accompagnate da uno stesso sottofondo: l’idea che essa sia un fatto sociale e umano. Questo aspetto emerge già nelle considerazioni intorno alla linguistica come scienza, quando l’autore sottolinea la centralità degli osservatori e dei loro punti di vista nella creazione del suo l’oggetto di studio. Una qualsiasi parola appare, infatti, sempre diversa a seconda di come la si analizzi, ora sotto il profilo fonetico (suono), ora sotto il profilo semantico (significato) ecc. Il carattere sociale della lingua viene esplicitato nella sua definizione. Se il linguaggio è allo stesso tempo individuale e sociale, senza possibilità di concepire l’un lato senza l’altro, nella lingua entra in gioco solo il secondo aspetto: essa costituisce “un prodotto sociale della facoltà del linguaggio ed un insieme di convenzioni necessarie, adottate [da tutti] per consentire l’esercizio di questa facoltà negli individui” (p.19). In questa concezione il singolo sembra trovare spazio non in quanto tale ma soltanto in quanto parte di un gruppo. La lingua è intesa come esterna e indipendente dal soggetto, che da solo non può né crearla né cambiarla poiché essa esiste solo grazie a un mutuo contratto sancito tra più persone. Dice Saussure: “la lingua non è completa in nessun […] individuo, ma esiste perfettamente soltanto nella massa” (p.23); l’esecuzione linguistica è individuale, ma è il legame sociale che crea la lingua, “un tesoro depositato dalla pratica della parole in ciascuno degli individui di una stessa comunità” (p.23). Ed è per depurare la lingua dall’individualità che prende corpo la distinzione tra langue e parole, i due binari su cui viaggiano rispettivamente la parte collettiva e la parte individuale del linguaggio, “ciò che è essenziale [e] ciò che è accessorio e più o meno accidentale” (p.23). Qualora Saussure noti che la parte sociale rischia di sfuggire dal discorso, la ricolloca al centro. Per esempio, lo studioso avverte la necessità di correggere il ragionamento che potrebbe portare a concepire la lingua semplicemente come il linguaggio meno la parole – cioè come l’insieme delle abitudini linguistiche che permettono di comprendere e farsi comprendere – pena il rischio di considerare solo il suo elemento individuale. La lingua non può esistere fuori dalla sua socialità perché diverrebbe qualcosa di irreale: “occorre [sempre] una massa parlante perché vi sia una lingua. […]. In nessun momento [essa] esiste fuori dal fatto sociale, perché […] è un fenomeno semiologico.” È interessante notare, qui, un’ulteriore novità dell’approccio saussuriano, ovvero il legame che lo studioso stabilisce tra la natura sociale e quella semiologica dei fatti linguistici. Per l’autore questi ultimi sono da ritenere innanzitutto dei fatti semiologici; a differenza del linguaggio, la lingua è classificabile tra i fatti umani, è un’istituzione sociale con una natura ben specifica, “un sistema di segni esprimenti delle idee e, pertanto, confrontabile con la scrittura, l’alfabeto dei sordomuti, i riti simbolici ecc. Essa è semplicemente il più importante di tali sistemi” (p.25). Se ne deduce la possibilità di concepire la nascita di una scienza, la semiologia, che studi “la vita dei segni [linguistici] nel quadro della vita sociale” (p.26), di cui la linguistica costituirebbe solo una branca.

Il principio di considerare l’unità non in sé stessa ma come facente parte di un tutto sembra permeare l’intera argomentazione dello studioso ginevrino e riversarsi anche nell’analisi della lingua come “sistema”. Se all’inizio Saussure definisce il segno come l’unione di significato e significante, nel seguito della sua analisi richiama l’attenzione sul ruolo del contesto linguistico: “l’idea di valore mostra che è una grande illusione considerare un termine soltanto come l’unione d’un certo suono con un certo concetto. Definirlo così, sarebbe isolarlo dal sistema di cui fa parte; sarebbe credere che si possa cominciare con i termini e costruire il sistema facendone la somma, mentre, al contrario, è dalla totalità solidale che occorre partire per ottenere, mercé l’analisi, gli elementi che contiene” (p.138). O ancora, rispetto alla parola e alla lingua: “Il valore [di una parola] non è […] fissato fintanto che ci si limita a constatare che può esser “scambiata” con questo o quel concetto; occorre […] confrontarla con i valori similari, con le altre parole che le sono opponibili. Il suo contenuto non è veramente determinato che dal concorso di ciò che esiste al di fuori (p.140). “Un sistema linguistico è una serie di differenze di suoni combinate con una serie di differenze di idee; ma questo […] genera un sistema di valori; ed è questo sistema che costituisce il legame effettivo tra gli elementi fonici e psichici all’interno di ciascun segno” (p. 146).

In sintesi, pare possibile dire che Saussure studi la lingua da una prospettiva sociale nella quale l’individualità, non completamente eliminabile, o viene trattata come cosa altra o riveste un ruolo “di ancella” nei confronti della componente sociale.

Concetta

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